Una barriera di 100 km per contenere la plastica nell'oceano

Una barriera di 100 km per contenere la plastica nell'oceano

L'innovativo progetto di Boyan Slat: una barriera galleggiante di 100 km per contenere la plastica che galleggia nell'oceano

MILANO – Una barriera galleggiante lunga 100 km per contenere i vortici di plastica che galleggiano negli oceani. L’idea è partita da un semplice crowdfunding ma sta per diventare realtà. E ha risvegliato l’interesse del governo olandese, che ha deciso di contribuire al finanziamento. L’obiettivo è ambizioso: sensibilizzare sulla questione dei rifiuti negli oceani che può danneggiare gli ecosistemi insieme agli effetti dei cambiamenti climatici.

Il progetto

Il progetto da 300 milioni di euro esce dall’immaginazione di un ragazzo di 21 anni, Boyan Slat. Consiste in una barriera che permetta di evitare la dispersione della plastica per gli oceani e rappresenta solo un primo passo, ma essenziale, per ripulirli davvero. Grazie alla barriera, infatti, le navi-spazzino avrebbero più tempo per procedere alla raccolta, riuscendo con più facilità a recuperare anche i frammenti di piccole dimensioni.

La barriera di gomma

La barriera è un lungo serpente di gomma vulcanizzata ed è studiato per “imbrigliare” le correnti marine e convogliare i rifiuti galleggianti all’interno di una sorta di grande cassonetto a forma di V, che impedisce la fuoriuscita anche a pezzettini non più grandi di qualche millimetro. Un sistema di cavi lo terrebbe ancorato ai fondali, anche a profondità di 4,5 km.

Tutto pronto nel 2020

Al momento è pronto un prototipo, lungo appena 100 metri, che staziona 20 km al largo del porto dell’Aia. La fase di test, minorata da appositi sensori, serve per verificare la tenuta dei materiali e l’efficacia del sistema di raccolta. Durerà un anno, al termine del quale la barriera potrà essere prodotta in scala reale e passare alla fase beta, con altri test al largo del Giappone. La versione definitiva è prevista in funzione per il 2020 e sarà piazzata a ridosso del noto “Great Pacific garbage patch”.

di Salvatore Galeone

3 marzo 2017

credits: theoceancleanup.com