MILANO - Ci sono luoghi d’acqua che non fanno rumore. Non hanno l’impatto scenografico delle cascate né l’energia teatrale delle onde, eppure lavorano ogni giorno per noi: rallentano le piene, filtrano l’acqua, ricaricano falde, offrono rifugio a migliaia di specie. Sono le zone umide: paludi, stagni, lagune, delta, saline, torbiere, boschi allagati. Spazi che spesso vengono liquidati con un “che posto acquitrinoso”, quando in realtà sono ingranaggi delicati e preziosi del paesaggio.
Il 2 febbraio si celebra la Giornata Mondiale delle Zone Umide, anniversario della firma della Convenzione di Ramsar (2 febbraio 1971, Ramsar, Iran), il grande trattato internazionale dedicato alla tutela di questi ecosistemi.
Cosa sono, davvero, le “zone umide”
Sono aree in cui l’acqua è presente in modo permanente o stagionale: dolce, salmastra o salata. La loro forza sta nel “mezzo”: non sono né completamente terra né completamente acqua. Proprio per questo svolgono funzioni uniche. E oggi abbiamo anche numeri utili per capire la scala del fenomeno: secondo il Global Wetland Outlook 2025 (Ramsar), dal 1970 è andata persa una quota stimata del 22% delle zone umide globali (circa 411 milioni di ettari) e circa un quarto di quelle rimaste è in condizioni ecologiche considerate “povere”.
Giornate dedicate rappsentano così un invito a guardare con più attenzione a questi luoghi “silenziosi”, perché sono infrastrutture naturali che, quando funzionano, ci fanno risparmiare rischi e costi.
Esempi in Italia: quattro luoghi d’acqua che fanno la differenza
Lago di Burano (Toscana) – È una zona umida costiera riconosciuta come sito Ramsar. Qui la biodiversità si gioca in un equilibrio sottile tra acqua dolce e salmastra, dune e vegetazione. È un esempio perfetto di come una zona umida possa essere allo stesso tempo habitat e “cuscinetto” naturale tra mare e terra.
Saline di Margherita di Savoia (Puglia) – Un paesaggio che unisce lavoro umano e natura: un grande complesso di saline collegato al mare, importante per la presenza di uccelli acquatici (nel sito Ramsar si citano picchi di decine di migliaia di individui in inverno). Un promemoria concreto: anche ambienti gestiti dall’uomo possono diventare alleati della biodiversità quando la gestione è compatibile con l’ecosistema.
Laguna di Venezia: Valle Averto (Veneto) – Un mosaico di habitat che va dalle aree d’acqua dolce alle zone salmastre, con canneti e specchi d’acqua più aperti. La scheda Ramsar descrive un complesso ricco di avifauna e ittiofauna: un laboratorio naturale dove la varietà degli ambienti diventa la vera “macchina” di resilienza.
Delta del Po (Emilia-Romagna e Veneto) – Qui l’acqua “costruisce” il territorio: rami fluviali, lagune, valli, canali. È uno dei paesaggi umidi più iconici d’Italia e un esempio di come le zone umide possano sostenere natura, pesca, turismo lento e identità culturale.
Esempi nel mondo: zone umide che proteggono interi continenti
Okavango Delta (Botswana) – Un delta interno raro, che vive grazie a una gestione di bacino condivisa (citata anche nella scheda Ramsar) e sostiene economie locali, fauna e turismo.
Pantanal (Sud America) – Considerato uno dei più grandi sistemi di zone umide del pianeta: fiumi, lagune, foreste allagate e savane inondate. La scheda Ramsar lo descrive come una delle aree più ricche di biodiversità, con un ruolo chiave per gli uccelli acquatici.
Sundarbans (India e Bangladesh) – Il più grande complesso di mangrovie al mondo: un labirinto di isole e canali in cui l’acqua salmastra modella tutto, dalla vegetazione alle comunità.
Everglades (USA) – Un “fiume d’erba” lento e vasto, riconosciuto come sito Ramsar: zone umide che creano habitat e proteggono la qualità dell’acqua in un territorio densamente abitato.
Curiosità e dati che cambiano prospettiva
- Il Global Wetland Outlook 2025 stima che, senza interventi, fino a un quinto delle zone umide rimaste potrebbe scomparire entro il 2050, con un valore di benefici in gioco stimato fino a 39 trilioni di dollari.
- Le torbiere (una tipologia di zona umida) coprono circa il 3% della superficie terrestre, ma immagazzinano circa 600 miliardi di tonnellate di carbonio; e solo il 17% risulta dentro aree protette (stima riportata da un’analisi recente ripresa da WCS/Phys.org).
Come tutelare le zone umide
La tutela delle zone umide non è solo “non toccarle”: è gestirle bene. Significa riconoscerle nei piani urbanistici (come infrastrutture naturali), garantire fasce di rispetto lungo fiumi e lagune, ridurre pressioni e frammentazione, e dove serve ripristinare: ad esempio ricreando connessioni idrologiche o mantenendo suoli umidi in torbiere e paludi. Un altro strumento concreto è la designazione e gestione come sito Ramsar, che vincola a mantenere il “carattere ecologico” e supporta piani e monitoraggi.
Spazi da capire e curare
Le zone umide sono luoghi d’acqua che “lavorano” senza chiedere attenzione: ci proteggono, sostengono biodiversità e rendono più stabili territori e città. La Giornata Mondiale del 2 febbraio è un buon momento per cambiare sguardo: non sono vuoti da riempire, ma spazi da capire e curare. E spesso basta poco per iniziare: imparare a riconoscerle, visitarle con rispetto, e sostenerne i progetti di gestione e ripristino.
Di Fabiola Ceglie