Sofia Fisicaro, la “sustainable fashion enthusiast” che racconta la moda sui social

Sofia Fisicaro, la “sustainable fashion enthusiast” che racconta la moda sui social

Intervista alla green influencer che sui propri canali trasmette la propria passione per la sostenibilità

MILANO – Con un background in Fashion Design, Sofia Fisicaro Si è appassionata al mondo della moda sostenibile durante gli anni dell’università. Facendo tesoro di quegli insegnamenti, oggi utilizza i canali social per fare divulgazione, cercando di aiutare le persone – attraverso discorsi positivi - a cambiare in meglio la propria quotidianità abbassando l’impatto ambientale.

Ciao Sofia, su Instagram ti definisci “Sustainable fashion enthusiast”: ci spieghi meglio cosa intendi? Quando è nata la tua passione per la sostenibilità?

Sono Sofia, ho 23 anni e ho studiato Fashion Design, anche se negli anni dell’università mi sono resa conto che non volevo fare la stilista, ma piuttosto entrare nei “meandri” nel mondo della moda. Il mio percorso come “sustainable enthusiast” è iniziato durante il secondo anno, perché avevo un professore di economia molto appassionato di questi temi. Arrivo da un passato da accumulatrice seriale e proprio grazie a questo professore mi sono domandata “ma qual è l’impatto della moda?”.

Facendo una ricerca sulle start-up che si occupano di sostenibilità, mi sono resa conto di quanto il fast fashion sia solo la punta dell’iceberg di tutte le cose che andrebbero cambiate. Da quel momento ho iniziato ad informarmi molto tramite documentari e libri. Il libro che mi ha cambiato completamente prospettiva è stato Fashionopolis della giornalista Dana Thomas, una delle prime a fare moda d’inchiesta. Questo libro mi ha aperto gli occhi su tutti i retroscena.

Durante il Covid, ho iniziato ad esplorare Tik Tok e mi sono resa conto che molte persone parlavano già di sostenibilità, ma con una grandissima falla: la comunicazione. Spesso trovo che la comunicazione di tante persone che si occupano di sostenibilità in senso stretto sia sempre quella che “genera” sensi di colpa: si parla spesso dei problemi, ma poco delle soluzioni. Io per prima, poiché da poco avevo iniziato a cambiare la mia mentalità, mi rendevo conto di quanto fosse difficile: da un lato c’era la certezza che quello che stessi facendo non era mai abbastanza, ma dall’altro la necessità di sentirmi dire che pian piano ci si può arrivare.

La comunicazione negativa ci fa rendere conto del problema, ma non ci dà gli strumenti per trovare una soluzione. Così ho pensato: posso farlo io. Prima su Tik Tok e poi su Instagram, ho iniziato a parlare delle mie soluzioni. Ho una unpopular opinion, ad esempio, ed è il fatto che, sebbene il fast fashion sia un problema, non ci si può non rendere conto che ci sono persone che hanno questa necessità, da un punto di vista economico, di alternative disponibili o di privilegio di poter scegliere come vestirsi. Diminuendo quello che si acquista – anche solo a livello di fast fashion – si può contribuire. Ho tante passioni e tramite questi canali cerco di accumularle tutte e dar loro voce, cercando di aiutare le persone a cambiare in meglio la propria quotidianità abbassando l’impatto ambientale con dei discorsi positivi.

Quando è nato il tuo podcast “Mai dire moda” e perchè?

L’idea del podcast è nuovissima. Avevo provato su Tik Tok a fare una rubrica sui tessuti, ma mi sono resa conto che è un argomento molto di nicchia, da appassionati. Allo stesso tempo su Instagram vedevo che tante persone mi chiedevano di leggere loro le etichette. Ad esempio, c’è stata un’iniziativa di riciclo a Milano di cui ho parlato, e tutti mi hanno detto di non sapere se e in che modo riciclare qualche vestito, poiché erano presenti percentuali di tessuti a loro sconosciute. Da lì ho pensato che sarebbe stato bello fare una rubrica sui tessuti, ma, essendo molto lunghi da raccontare, non ci sarei stata né dei 10 minuti di Tik Tok né nel minuto dei Reels di Instagram. Da lì ho pensato potesse essere carino creare qualcosa di specifico per gli appassionati che coinvolga i social media come mezzo per pubblicizzare, ma che possa dare la possibilità ai veri amanti del tema di ascoltare il podcast quando vogliono, con contenuti che possano essere anche un po’ più rilassanti.

Ci puoi spiegare, a parole tue, cosa si intende con moda sostenibile?

La moda diventa sostenibile nel momento in cui la nostra attitude è sostenibile. Possiamo anche acquistare tutti i prodotti con tutte le certificazioni del mondo, ma se lo facciamo sempre con una mentalità consumistica in senso stretto – accumulare continuamente roba – non saremo mai sostenibili. Dobbiamo prima guardarci dentro e fare una riflessione in merito ai nostri reali bisogni, per poi iniziare ad acquistare in modo molto più consapevole e legato alle nostre necessità.

Ci sono altri ambiti della sostenibilità, oltre a quello della moda, dove ti consideri particolarmente attenta?

Sicuramente dal punto di vista legato alla skin care, perché credo sia un ambito molto facile con cui entrare in contatto. Ho fatto alcuni video su questo, magari su prodotti vegani o cruelty-free, perché sono temi cari anche alla mia community. Faccio molta attenzione all’alimentazione: sono stata vegetariana per un anno, poi per alcuni problemi non ho più potuto continuare questo percorso – e mi è dispiaciuto tantissimo. Cerco di sensibilizzare, positivamente, anche sotto questo aspetto. Se creo o trovo qualcosa di vegano che può essere una soluzione, perché non utilizzarlo e condividerlo? È chiaro che non obbligo nessuno, sono comunque scelte al di là dell’etica anche alimentare; quindi, bisogna stare attenti anche a non forzare troppo la mano.

Quanto è cambiato e sta cambiando, secondo te, il livello di attenzione sul tema?

È cambiato sicuramente, e anche in questo caso ho una unpopular opinion: gran parte dei progressi che sono stati fatti in termini di attenzione delle persone è stato anche grazie al fenomeno del greenwashing. Paradossalmente, quando ero più giovane, mi ricordo che vedevo in giro collezioni “attente” alla sostenibilità. Cominciando a studiare moda e approfondire il tema, mi sono resa conto che molte volte quelle collezioni non lo erano davvero, quindi ho smesso di comprare. È vero, quindi, che il greenwashing crea tantissimi danni, però allo stesso tempo ci sono molte persone che partendo dal greenwashing iniziano a informarsi e approfondire. Quando ero più giovane non avevo molti strumenti per informarmi: c’era Internet, ma pochi parlavano di sostenibilità. Oggi tante persone ricercano sui social media le risposte alle domande sulla sostenibilità, di cui magari anche su altri canali, come la televisione, non se ne parla.

Quali consigli daresti ai nostri lettori per essere più attenti?

Un consiglio che mi sento di dare è di non fermarsi di fronte ai primi ostacoli perché la moda sostenibile – per quanto bella e divertente – è molto difficile da poter perseguire e vivere con “serenità”, senza l’ansia di non riuscire a fare abbastanza. Non bisogna abbattersi al primo ostacolo ed è necessario supportarsi a vicenda. Bisogna fare piccoli passi con le giuste tempistiche, perché ognuno di questi comunque conta.

Di Elena Parodi

READ MORE