MILANO - Luisanna Messeri, volto noto della cucina italiana e pioniera della food comedy in TV, racconta il suo percorso da appassionata tra fornelli di casa a protagonista sul piccolo schermo. Al centro della sua visione c’è una cucina semplice ma consapevole, fatta di stagionalità, qualità delle materie prime e recupero delle ricette tradizionali, in particolare della cultura gastronomica toscana. Nell’intervista ripercorre il successo de Il Club delle Cuoche, l’importanza del lavoro su Pellegrino Artusi e il valore della memoria culinaria come patrimonio condiviso. Tra progetti televisivi e viaggi all’estero, emerge una cucina che è identità, racconto e legame profondo tra le persone, capace ancora oggi di unire generazioni e culture diverse.
Ciao Luisanna, la cucina è sempre stata una tua passione. Quando hai capito che poteva diventare anche un lavoro? C’è stato un momento preciso in cui cucinare ha smesso di essere solo qualcosa di “di casa” ed è diventato una professione?
Per anni ho catalogato e messo da parte qualsiasi articolo di giornale o pezzo di libro che parlasse di cibo, di cucina, di convivialita’. Nel frattempo riempivo la casa di libri, vecchie pentole di smalto colorate e strumenti di cucina che provavo ad usare cucinando di tutto. Ad un certo punto era chiaro che qualcosa dovesse succedere!
Ed è successo: anno 2005, dopo un primo tentativo di presentare un programma radiofonico, stoppata dal funzionario di Radio Rai perché secondo lui a nessuno sarebbe mai interessato se Leopardi digerisse bene o cosa avesse portato Caterina De Medici nelle cucine della corte di Francia… cose che invece hanno incuriosito un giovane imprenditore televisivo che aveva da poco aperto un canale su Sky, Alice, il quale in quattro e quattr’otto mi ha messo su una produzione tv, Il Club delle Cuoche, che poi è andata avanti per 10 anni e più di 500 puntate. La prima food comedy italiana, scritta interpretata e cucinata da me. Un successo.
E da lì’ e’ partito tutto, ispirandomi al mio guru, vate, Pellegrino Artusi, anche lui all’epoca dimenticato e lasciato a impolverarsi nelle librerie col suo La Scienza in Cucina e l’Arte di mangiar bene. La mia più grande soddisfazione è stata quella di averlo fatto conoscere ad un pubblico più vasto dei tre specialisti. Anzi vi confesso che l’editore che lo stampava mi ringrazio’ per averlo ritirato fuori, avergli dato nuova vita e nuove numerosissime ristampe! Di questo vado davvero fiera.
La tua cucina è spesso definita “semplice”, ma è una semplicità fatta di attenzione, tradizione e rispetto per le materie prime. Che cosa significa per te cucinare in questo modo oggi e quanto conta, secondo te, partire da ingredienti buoni e da preparazioni essenziali per dare valore a un piatto?
Sono orgogliosa di presentare una cucina di casa che rimette sui fornelli ricette magari dimenticate o sottovalutate. La tradizione italiana e toscana nel mio caso, e’ semplice ma non banale: qualcuno la chiama “cucina povera” io direi invece cucina intelligente, al passo coi tempi, perché con poco si può fare tanto. Certo la qualità degli ingredienti, la stagionalità, la varietà devono essere i primi requisiti: fa più un cibo buono che tanta tecnica! Piero Camporesi, uno storico troppo presto scomparso e che aveva curato una edizione Einaudi del ricettario di Artusi, scriveva che: “quando le donne hanno smesso di ciabattare in cucina e’ finita un’epoca”.
Ecco allora cosa ho fatto io, mi sono rimessa a “ciabattare” in cucina per scelta, per qualche ora al giorno, divertendomi a fare le cose che mi piacevano, cucinare un piatto, apparecchiare con belle stoviglie e fiori, fregandomene del diktat dell’epoca che voleva le donne lontano dai fornelli. Questo non vuol dire abiurare le tesi femministe, ma significa riappropriarsi di una cosa che mi piaceva fare, lontano chiaramente da imposizioni patriarcali: dare delle priorità alle nostre scelte. Oggi che la cucina è diventata una moda, una ossessione per tanti, uomini e donne, anche se magari più guardata che agita, io mi trovo nel posto giusto con tanti compagni di avventura e spadellamenti. Ah e se vogliamo dirla tutta, scherzando anche un po’ chiaramente, gli uomini alla fine ci han scippato anche la cucina ormai…
Nei tuoi libri torna spesso il tema della memoria gastronomica e della cucina come patrimonio condiviso. In particolare, con il lavoro dedicato a Pellegrino Artusi, hai raccontato un progetto che tiene insieme tradizione e ricerca. Che cosa ti ha colpito di più di questa esperienza e perché senti che il pensiero di Artusi sia ancora così attuale nel modo in cui cuciniamo oggi?
Artusi sta alla base della nostra cucina italiana. Va detto che non era un cuoco, era un ometto che viveva di rendita e, nello spirito risorgimentale di “fatta l’Italia, facciamo gli italiani” decide di raccogliere il mosaico di ricette della nuova Italia. Pellegrino aveva viaggiato in lungo e in largo lo stivale per lavoro e conosceva quindi bene le cucine regionali: lui, coadiuvato da due cuochi, Francesco e Marietta, per un decennio si diverte a provare e riprovare ricette, prendendo appunti e scrivendo un libro delizioso che però alla fine nessuno voleva stampare.
Ma niente lo ferma: se lo stampa e se le vende, creando un fenomeno editoriale incredibile, il primo bestseller che conquista le donne di casa! Anzi succede ancora un’altro fenomeno: il filo diretto con le sue lettrici che gli inviano ricette e consigli che lui via via aggiunge nelle nuove ristampe. Da 479 ricette della prima stampa a 790 dell’ultima edizione.
Tutte le case avevano l’Artusi, come presto si chiamerà il suo ricettario stampato a Firenze. Per quello ha permeato la cucina degli italiani, li ha uniti a tavola, in una lingua che tutti capivano. Ancora oggi e’ un valido aiuto a chi voglia riscoprire sapori e saperi del nostro paese, perché la cucina da noi è cultura e sarà viva fino a che nelle famiglie ci sarà da tirare a sorte chi ripulisce il tegame del sugo o il pentolino della crema pasticciera.
Tra i tanti progetti a cui hai lavorato nel tempo, ce ne sono alcuni che senti particolarmente tuoi o che ti rappresentano più di altri?
Ho adorato registrare “Capriccio Italiano” un mio format che prevedeva di incontrare gli italiani all’estero per capire cosa succede a chi lascia il proprio paese… New York, Philadelphia, Montreal, Toronto… che segno han lasciato gli italiani nel nuovo mondo? Li’ ho incontrato persone di varia estrazione, di seconda e terza generazione, meravigliose, che magari ormai non parlano quasi più la nostra lingua, ma che hanno come cordone ombelicale col paese dei loro avi, le ricette e la cucina. A quella non rinunciano, fa parte della loro identità. L’ho trovato bellissimo.
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di Martina Invernizzi